U Liotru – L’elefante, simbolo della città di Catania, perché questa scelta?

Forse perchè trattasi di animale addomesticabile, docile, coraggioso, intelligente e di lunga memoria.

Come i catanesi ritenevano di essere, coraggiosi e intelligenti soprattutto.

La prima volta

Apparso per la prima volta in città agli albori del 500, prima innalzato sulla cornice del Palazzo Senatorio, e successivamente nell’atrio dello stesso palazzo, già dall’epoca svolgeva con chiarezza il ruolo di nume tutorio della città.

Distrutto dopo 186 anni dal terremoto, sepolto sotto le macerie del palazzo, fu ritrovato tra le macerie, dall’architetto Giovanbattista Vaccarini.

Restaurandolo ricostruendo le parti distrutte, lo fece diventare il punto di maggior richiamo della fontana che guarnì il piano di Sant’Agata, (Piazza Duomo).

L’affetto dei catanesi

Il popolo di Catania è sempre stato affezionatissimo al suo simbolo civico: tanto che il 30 maggio 1862 ci fu una sommossa popolare, guidata da Bonaventura Gravina, capitano della Guardia Nazionale.

Perché si era sparsa la voce che si intendeva trasferire l’amato pachiderma dalla centrale piazza Duomo alla periferica piazza Palestro.

In quell’occasione, gli stessi notabili ritennero di elevarlo a solenne simbolo della città, e di informarne i catanesi e i posteri mediante una delle quattro epigrafi scolpite attorno al marmoreo piedistallo:

“Questo antico, insigne Elefante testimonia che la città di Catania e i suoi abitanti sono stati assai illustri per equità, prudenza e docilità.”

E perchè ciò non fosse sconosciuto da nessuno, il Senato e il popolo catanese, vollero addossare alla sua figura fatta di pietra dell’Etna e celebre a sua volta per gli incantesimi di Eliodoro, il “dotto peso”.

Cioè la colonna egizia.

L’obelisco

Costruito in granito di Syene, sulle rive del Nilo, misura tre metri e sessanta centimetri ed è decorato da geroglifici relativi al culto della Dea Iside.

L’architetto Vaccarini, che ebbe l’incarico di realizzare la fontana in Piazza Duomo, com’era accaduto per l’Eelefante, durante le ricerche di solide testimonianze indicative dell’antica grandezza della città, forse in un deposito sotterraneo del vescovato, scoprì l’Obelisco egizio.

Ma prima di questa scoperta, dov’era l’obelisco?

Per quanto ne scrive Pietro Carrera in “Delle memorie historiche della Città di Catania”, pare che nel 1620 il vescovo Giovanni Torres avendo deciso di ampliare una bottega di carne di sua proprietà, prospettante su Piazza Duomo, ne ordinò i relativi lavori.

Smantellata la porta d’accesso e tirata fuori l’architrave, tutti rimasero meravigliati da quella struttura edilizia graffiata da misteriosi disegni.

Alle domande dei curiosi, il vescovo rispose che quello era un pezzo di fabbrica antica, un manufatto di altri tempi, finora ben utilizzato e ormai inutile, ordinò di portarlo nei sotterranei del vescovato.

Così grazie al terremoto del 1693, e alla scoperta del Vaccarini, l’obelisco tornò in vita alla luce del sole.

L’Elefante

Come altre grandi e storiche città, Catania ha per simbolo civico un animale.

Ma se Roma ha la lupa, Napoli il cavallo, Torino il toro, Palermo l’aquila e Chieti il cinghiale, i catanesi sono forse quelli che hanno scelto meglio, perché l’elefante è quello che più si avvicina all’uomo tra gli animali.

Così lo ha definito il grande naturalista romano Plinio (in Nat. hist.: VII,1, 1: maximum animal et proximum humanis sensibus).

E non si dimentichi che, tra gli uomini mutati in animali, di cui si parla nella Circe del Gelli, che è del 1549, solo l’elefante è quello che vuole tornare ad essere uomo.

Il nome “U Liotru”

Circa il nome popolare della statua – Diotru o Liotru – possiamo dire che anch’esso è legato alla storia di Catania.

Perchè questo nome altro non è che la corruzione popolare di Eliodoro.

Detto da Michele Amari (in Storia dei Musulmani di Sicilia, ed. Nallino, Catania 1933, vol. I, p. 344-345) « nobile uomo, candidato una volta alla sede vescovile, poi molesto nemico di San Leone, i cui partigiani lo dissero poi discepolo degli Ebrei, negromante e fabbro di idoli ».

Tra le arti magiche attribuite ad Eliodoro, ci fu anche quella della costruzione dell’elefante di pietra, su cui il popolo favoleggiava che Eliodoro fosse solito cavalcare per le sue magiche imprese.

I catanesi non potevano trovare mezzo migliore per esprimere il loro sensus humanitatis: quel senso profondo di umanità che, nel corso dei secoli, ci ha dato le leggi di Caronda, le musiche di Bellini e i personaggi del Verga.

(Fonti: “L’incredibile storia dei monumenti catanesi” – Lucio Sciacca; “Alla scoperta di Catania” – Santi Correnti)